Cherreads

Chapter 6 - "Visitatori"

Il mattino dopo i ragazzi furono svegliati dal brusco bussare del contadino: «C'è della roba da consegnare.» 

Non volevano uscire da quei comodi giacigli e da quelle calde coperte, ma uno trascinato dall'altro si alzarono lentamente e aprirono la porta.

La luce del sole li accolse caldamente. Lì, tra gli alberi, era ben più amichevole che nell'arida steppa.

Tra i campi c'era un traffico di carri e braccianti, lavoratori di ogni tipo ognuno intento nel proprio compito.

Uno di questi braccianti fermò un piccolo carro dalle grigie tavole in legno. Era ingombrato dalle casse di legno, ma c'era ancora abbastanza spazio per quattro ragazzini.

Il cavallo che lo portava si girò verso i giovani, guardandoli uno a uno, poi si mise a brucare calmo l'erba che aveva davanti.

«Oggi sono troppe casse per portarle a mano, userete questo. Mai portato un carro?» chiese il contadino.

I quattro scossero la testa silenziosi, non ancora del tutto svegli.

Il bracciante scese dal carro: «Non è granchè problema, il cavallo già sa la strada. La fa praticamente tutti i giorni.» 

Davide prese il posto del cocchiere, poi chiese confuso: «Dove lo dobbiamo portare?»

«Al mercato, naturalmente.» rispose lui.

«Un'ultima cosa,» aggiunse il contadino lanciando sul carro una borsa di canapa «C'è del pane qui dentro. È la vostra colazione. Per il pranzo e la cena potete passare alla mensa, il pasto è gratis per chi lavora qui. Carne, pesce, zuppa… Abbiamo roba buona.»

I quattro ringraziarono, poi si sistemarono come meglio potevano su quel veicolo legnoso e ruvido. Non c'erano panche, e tre di loro si sedettero sulle casse.

Davide, imitando gli altri braccianti intorno a lui, scosse le redini e il cavallo lentamente alzò la testa e si avviò, salendo con facilità su quella che il giorno prima era stata un'ardua strada.

«Che comodità.» commentò Andrea stiracchiandosi. 

«Ho paura di andare a sbattere contro qualcosa, dove pensi sia il mercato?» chiese Davide forzando un sorriso mentre stringeva nervosamente quelle vecchie redini. 

«Il tizio ha detto che il cavallo fa da solo.» rispose Andrea.

Nicola tirò fuori il pane. Non era molto, ma era sicuramente la colazione migliore degli ultimi giorni. Si sentiva che era fresco, per la sua morbidezza e il suo calore. 

Lo strappò in quattro parti e si mangiò in breve il suo boccone. 

Era un pane ben più acidulo ed aromatico rispetto alla semplice dolcezza proveniente dalle raffinate farine di quello di Ceremo.

Il cavallo si fermò in quella che la sera prima era una piazza vuota, ma che adesso era piena di venditori che urlavano prezzi e agitavano merci. In molti si erano riuniti lì. 

Si avvicinò al carro un biondo giovane sulla ventina in una semplice divisa blu. Non aveva alcuna arma, se non per un piccolo spadino che pendeva dalla cinta.

«Buongiorno, di che podere siete?» chiese guardandoli stanco. Non aveva alcun distintivo e portava una fascia bianca sul braccio destro. 

«Non lo so… siamo nuovi a questo lavoro.» rispose Davide gioviale.

«Ah…» sorrise il ragazzo «Beh, lo sono anche io.» 

Si avvicinò ad una delle casse e, tirato fuori un fazzoletto dalla tasca dell'uniforme, ne pulì rapidamente il coperchio: «Podere Cagliacari…» si guardò intorno «È quel banco con i teloni verdi là in fondo.» disse indicando uno dei banchi sul margine del mercato.

«Grazie.» rispose Davide. 

Fu in quel momento che gli tornò in mente di non sapere come muovere quel carro. Fin lì il cavallo lo aveva aiutato molto, ma quel quarto di piazza sembrava un bel problema. Il giovane lo fissava perplesso. «Qualche problema?»

«No no, ufficiale.»

«Mi serve che lei sgombri il passaggio. Ci sono altri carri che arriveranno a breve.» 

Ci furono degli imbarazzanti attimi di silenzio, nei quali tutti e cinque dovettero prendere consapevolezza dei propri limiti.

Il giovane sbuffò e saltò sul veicolo, poi prese le redini e lo guidò con facilità vicino ai tendoni verdi.

«Guardi…» disse mostrando a Davide un preciso movimento delle braccia «Così fa partire il mezzo. Se tira, ovviamente, l'animale si ferma. Se ne tira solo una, aprendo il braccio verso il ginocchio, gira in quella direzione. Le tenga così le redini, tra il pollice e l'indice. Chiaro?» 

«Sì, grazie. Davide.» gli porse una mano.

«Daniele.» rispose il giovane stringendogliela, per poi scomparire poco dopo nella folla del mercato.

I quattro scaricarono le casse aiutati dai venditori, poi Davide riuscì a far girare il carro ed uscì dalla piazza del mercato. 

Non tornarono verso la fattoria, ma presero la strada opposta addentrandosi nel comune.

Scoprirono così che Preste, in confronto a Ceremo, era piena di sorprese nel modo in cui era stata costruita: man mano che si addentravano nella parte più interna del comune, le forme e i materiali delle case cambiavano diventando leggermente più simili agli edifici a cui erano abituati loro. Molte case erano ancora fatte di legno, ma alcuni grossi palazzoni erano stati costruiti interamente in pietra. Erano più bassi, più rovinati e avevano delle strane torri, ma gli ricordarono il grigio cemento del loro comune.

Si guardavano attorno con attenzione, notando tutti i piccoli particolari che fino a quel momento ignoravano. 

Notarono i sottili fili d'erba che spuntavano tra i sassi più dissestati della strada e che danzavano seguendo la coreografia datagli dal vento; notarono i gatti randagi che camminavano lentamente per i vicoli e che salutavano i loro simili senza aver bisogno di nessuna parola; notarono il lento ma costante viaggiare delle nuvole che filtrava i caldi raggi del sole e che seguiva il volo degli uccelli.

E fu a quel punto che Luca, tra due casette di legno, notò in lontananza che la luce del sole si stava riflettendo su un enorme specchio d'acqua.

I ragazzi provarono ad avvicinarsi e si ritrovarono davanti a un grande e calmo lago, incorniciato dalle poche villette che erano costruite lì vicino e dai pini che circondavano quella parte della collina.

Era più grande di qualsiasi specchio d'acqua mai visto dai ragazzi, abituati a vedere delle piscine o delle pozzanghere nel loro comune.

Cristallino e limpido, rivelava molto del fondale anche da lontano. Aveva un sistema di caverne ed era molto profondo. 

I ragazzi fissarono in silenzio quella distesa che gli sembrava sconfinata. 

Uno schizzo d'acqua li riportò alla realtà: Andrea si era tuffato senza pensarci due volte, e aveva già iniziato a nuotare. 

«Si sta bene, l'acqua è fresca!» esclamò il ragazzo.

Gli altri tre lo guardarono per un attimo. Si era tuffato in mutande senza nulla con cui asciugarsi, e probabilmente se avessero perso altro tempo sarebbero tornati troppo tardi alla fattoria. 

In men che non si dica, i tre si spogliarono e si lanciarono in acqua raggiungendo il loro amico.

I ragazzi sguazzavano nelle acque del lago senza una meta, rinfrescati dalla limpida acqua dolce che li circondava.

Sospesi in quel vuoto, sentivano affievolirsi il confine tra i loro corpi e il mondo che li conteneva.

«C'è qualcosa qui sotto! Una palla gigante!» disse Andrea riemergendo dall'acqua.

Tutti quanti scesero in profondità e videro che il ragazzo aveva ragione: una grossa sfera di ferro, arrugginita e pesante, su cui era incisa una "R". 

«Sembra… una palla di cannone.» ipotizzò Luca quando tornarono in superficie.

«Come?» suonarono in coro i suoi amici.

«Vi ricordate di quelle storie, no? È come quelle dei cavalieri.»

«E che ci fa qui una palla di cannone?» gli chiese Andrea.

«Perchè non lo chiediamo a quello lì?» propose Nicola indicando un uomo anziano che pescava su una barca ormeggiata alla sponda opposta.

I quattro nuotarono rapidamente fino al piccolo molo, raggiungendo il pescatore.

Portava la barba lunga e bianca, indossava dei grossi stivali impermeabili e un vestito composto di più manti grigi e blu, forse un tempo elegante ma ormai usurato. Sulla testa portava un largo cappello nero.

I quattro uscirono dall'acqua e Andrea fece qualche passo verso il pescatore «Buongiorno.»

«Buongiorno.» rispose lui senza distogliere lo sguardo dall'amo che aveva gettato nel lago.

«Sa come mai c'è una palla di cannone nel lago?» chiese Andrea.

Il pescatore alzò il capo guardando Andrea, perplesso per un attimo. Poi sorrise: «Forse quelli dell'esercito hanno provato i loro cannoni… O forse c'era una guerra.»

«Una guerra? E tra chi?» 

«Tra idioti, sicuramente.» disse ridendo «Non lo so ragazzo, questo posto è molto vecchio, più di me. E ti assicuro che sono abbastanza vecchio.» 

«Perchè c'è una "R" sulla palla?»

«Bah, alle persone piace indicare cosa gli appartiene.» si grattò la barba «Forse qualche dipartimento dell'esercito, forse qualche nobile. Come dovrei saperlo?»

Andrea alzò le spalle.

«Comunque mi chiamo Alcide.» disse abbassandosi di poco la visiera del cappello come saluto «Voi?»

I quattro si presentarono, poi risalirono infreddoliti sulla rocciosa sponda.

«Ha degli asciugamani?» chiese Luca.

L'uomo si guardò intorno, poi lanciò ai quattro degli stracci. «Volete mangiare? Sono un pescatore, dopo tutto.» disse mentre avvicinava la barca alla riva. Si alzò poi in piedi. Manteneva espertamente l'equilibrio su quel piccolo gozzo. Salì sulla banchina e prese un cestino dalla barchetta, poi lo porse ai quattro.

«Tenete. Io ne sono quasi stufo.» 

Nicola prese il cestino e ringraziò.

«Buona giornata.» L'uomo ritornò nella sua barca e in poco tempo era di nuovo al centro del lago, a pescare. 

Una volta asciugati tornarono al carro. 

Nicola guardò nel cestino cestino e una trota ricambiò lo sguardo fissandolo con occhi di vetro.

«Ma è cruda.»

«Beh, cuociamola.» rispose Andrea.

«L'ultima volta che abbiamo provato ad accendere un fuoco non è andata tanto bene, però.» disse Luca.

«E infatti non dovremo accenderlo. Abbiamo già un fuoco a casa.»

Davide sorrise, e mise in moto il carro, mirando al podere.

Erano quasi le tre, la maggior parte delle persone stava mangiando e le strade erano libere: molti si erano riuniti nei tanti locali del posto da cui i ragazzi sentivano lontane risate e musica.

Arrivati alla fattoria, vi trovarono una sorprendente calma. I braccianti si riposavano o mangiavano, dato che il sole era fin troppo battente per poter lavorare a quell'ora.

I quattro entrarono nella loro capannetta e attizzarono il fuoco morente nel camino. 

Poi ci misero sopra la trota, tenendola con la paletta di ferro battuto, e aspettarono mentre l'odore di pesce iniziava a permeare la stanza.

Giudicare quando quell'animale sarebbe diventato commestibile non era facile. Osservarono il cambio di colore lento ma regolare della pelle del pesce.

Tolta la trota dal camino la misero su un piatto e la ripulirono maldestramente con un coltello da cucina.

Non era molto buona: era quasi bruciata da un lato e quasi cruda dall'altro, non era condita e non era stata pulita bene, ma il piacere della soddisfazione diede un buon sapore a quella piccola vittoria.

Dopo quel pasto, i quattro si riposarono.

More Chapters