Cherreads

Chapter 5 - "Il dolce primo giorno"

«Potete darci il cambio, ora?» grugnì Davide. Le braccia gli tremavano e le dita si erano arrossate sotto il peso della grossa cassa. 

Quando Nicola la lasciò andare con un lamento, Davide allontanò le mani spaventato e quella cadde con un tonfo.

«Fai più attenzione.» disse, poi si sedette sulla scia di mattoni di pietra che delimitavano il lungo e ripido sentiero di ghiaia. 

Si asciugò il sudore passandosi la manica sulla fronte, alzò gli occhi al cielo e fissò per qualche secondo il lento e inarrestabile viaggio delle poche nuvole sopra di lui. Sembravano mosse da un forte vento, eppure lì sotto l'aria era così calda che Davide temeva di sciogliersi da un momento all'altro.

«Stai bene?» si girò verso l'amico.

«Proprio no.» rispose Nicola «Dai, andate voi.»

Luca e Andrea si avvicinarono in silenzio alla cassa.

«E uno… E due… E tre!»

I ragazzi sollevarono quel peso morto con tutta la forza che avevano e ricominciarono quella lenta salita.

Davide si alzò in piedi e buttò un'occhiata verso la fattoria. 

«Abbiamo fatto parecchia strada, manca poco.» disse fiero.

Da là su c'era una bella vista, qualcosa a cui i forestieri non erano ancora abituati: quella folta vegetazione, quei colori sgargianti e quelle basse casette di legno erano la norma in un mondo mai visto prima. 

Il ragazzo abbassò lo sguardo. 

Fissò il terreno sotto i suoi piedi, quella stradina fatta di tanti piccoli sassolini che si spostavano leggermente seguendo ogni movimento della sua scarpa: ascoltò il battito del suo cuore, più forte del lieve rumore che facevano i suoi passi sulla ghiaia. 

«Ok, vi siete riposati abbastanza.» biascicò Luca «Riprendetevi questa cosa.»

I due la accompagnarono a terra, e anche loro si sedettero vicino al sentiero.

«Che fatica... Poteva almeno farci posare gli zaini.» lamentò Andrea.

«Noi però siamo durati molto di più.» sbuffò Nicola. «Andate avanti un altro po'.»

«Sì, dillo a lui.» rispose Andrea indicando Luca con un sorriso: tutto rosso, il ragazzo si stava tenendo la pancia con le mani mentre fissava il vuoto.

«È andato.» concluse.

«No, no, sto…» rispose Luca lasciandosi cadere a terra «…benissimo.»

Davide e Nicola sollevarono la cassa e ripartirono: non gli era mancato quel ruvido legno sulle mani, non gli era mancata la sensazione di tante piccole schegge che gli graffiavano la pelle e non gli era sicuramente mancato quel peso che gli faceva tremare gli arti a ogni passo. 

Dopo un minuto interminabile, i ragazzi passarono sotto un grosso arco di pietra: erano arrivati all'altopiano dove era costruita la città vera e propria, anch'essa diversa da ciò che erano abituati a chiamare così. 

La folla che si muoveva in quella piazza dava vita a un inusuale teatro fatto di grossi palazzi dalla muratura di pietra grezza e spigolosi edifici di legno che si andavano a chiudere con tetti spioventi dall'aspetto vecchio e diroccato.

Davanti a molti di quegli edifici, rudimentali carri di legno erano fermi vicino a numerose bancarelle su cui erano esposti cesti di frutta, bottiglie di vino e miele, antichi libri e diversi vestiti. 

La stessa folla, a guardarla con attenzione, era altrettanto peculiare agli occhi dei ragazzi: non avrebbero saputo spiegare esattamente perché, ma il modo in cui si vestivano i cittadini di quel comune era completamente diverso rispetto a quello che avevano sempre visto per le strade di Ceremo. Si sentivano fuori posto ad indossare tute, magliette e felpe in mezzo a quell'insieme di stracci, bretelle, camicie e tuniche che richiamavano i colori della terra e, in molti casi, richiedevano qualche toppa o ricucitura. 

Era chiaro che lì la gente non dava tanta importanza alla moda.

Non mancavano tuttavia alcuni di quei passanti che indossavano vestiti più familiari ai ragazzi: giacche e cravatte, corsetti e pancere che avrebbero definito come antiquati, ma che almeno erano riconoscibili.

«Quello dev'essere l'obelisco.» esclamò Andrea indicando un alto monolito al centro della piazza.

Quel pilastro di pietra scura era largo poco più di un metro ma alto almeno il triplo. Vecchio e rovinato, custodiva gelosamente soggetti e messaggi nelle incisioni che lo decoravano e che il tempo aveva reso indistinguibili dalle crepe e dalle ammaccature. Si chiudeva con una piccola piramide dalla punta biancastra su cui specchiava la luce del sole: il riflesso era tanto forte da costringere chiunque vi si soffermasse per più di qualche istante a distogliere lo sguardo.

I ragazzi non potevano immaginare alcun motivo che potesse spingere qualcuno a costruire un oggetto tanto strano e apparentemente inutile.

«Ed ecco la taverna.» indicò Nicola.

Dove il locale medio di Ceremo sperava di attirare l'attenzione su di sé con insegne colorate e luci a intermittenza che richiamavano gli occhi rompendo la monotonia del grigio cemento, quell'edificio era infilato con naturalezza tra i suoi simili e non aveva alcuna pubblicità se non quella fatta dagli stessi clienti che mangiavano e riposavano seduti sulle panche del piccolo cortile, invitando inconsapevolmente qualunque passante a godersi una pausa dal lavoro con un dolce o un piatto di carne. 

Dietro di loro, gran parte della parete era coperta da un'ampia e intricata edera rossa che, come le vene di un'antica mano, si estendeva fino ai più remoti angoli dell'edificio adattandosi perfettamente alla struttura irregolare dei mattoni in pietra.

A fianco della taverna c'era una piccola torre cilindrica che ne condivideva i materiali primi ma che l'edera non raggiungeva. 

Man mano che si avvicinavano, i ragazzi avvertivano sempre più ipnotico l'indecifrabile brusio di discorsi e suoni allegri provenienti dalla taverna. 

Attratti più dal calore di quel locale che dal loro compito, spinsero l'unta porta di legno.

«Buon pomeriggio! Un tavolo per quattro?» li accolse il proprietario con un sorriso sotto due baffi curati. Era un uomo di taglia notevole che portava lisci capelli marroni come gli eleganti pantaloni di velluto.

Stanco e dolorante, Andrea appoggiò la cassa a terra.

«No no, siamo qui per darvi questa. Da parte del contadino.»

«Quale contadino?»

I ragazzi alzarono le spalle.

Senza molte esitazioni, l'uomo prese un pezzo di metallo annerito che stava nelle vicinanze di un confortevole camino e lo usò per aprire in una botta la cassa. Dentro di essa c'erano delle piccole botti d'olio avvolte in ampie quantità di paglia.

Il tavernaio alzò con facilità la cassa e la tolse dall'entrata. 

«Abbiamo un tavolo libero, immagino che siate affamati date le fatiche che dovete aver fatto per portarmi questa cassa.» disse con una grassa ma rapida risata. 

Quanto tempo era passato dall'ultimo pasto decente che avevano fatto? Il vociare caldo delle persone che riempivano quel locale li accoglieva e gli odori di pani, carni, vini rossi e noci che proveniva dalla cucina riuscì a fargli venire fame.

Aveva un che di calmante la presenza di così tanti altri esseri umani, ben diversa dal gelido silenzio della steppa.

Accettarono e si sedettero a un tavolo di legno scuro e robusto su cui si mimetizzavano un'infinità di piccoli graffi e tagli.

«Che cosa ordinate?» chiese una giovane cameriera dai capelli bruni mentre stendeva una larga tovaglia borgogna davanti ai suoi nuovi clienti.

Quelli si guardarono in silenzio.

«Il vostro piatto forte, grazie.» fece Andrea con un sorriso.

La cameriera si allontanò.

La sala era affollata e il caldo mescolarsi delle voci dei clienti con il leggero rumore delle candele li aveva avvolti completamente.

Le sedie su cui sedevano avevano una base in paglia intrecciata ruvida e piuttosto scomoda per le loro schiene già stanche, ma tutti loro sentivano che si stavano già abituando.

Tornò a loro un sentimento che si erano dimenticati in quei giorni: un benessere familiare caratteristico della mondanità, di certo non quello che si sarebbero aspettati da una terra di morti.

«Che meraviglia.» disse Luca stiracchiandosi, ancora un po' dolorante. 

«Già…» rispose Nicola guardando fuori la vecchia e torbida finestra del locale. 

Si stava iniziando a fare sera, e una guardia con un lungo bastone andava accendendo le calde lampade della piazza. Indossava una semplice ma elegante uniforme blu, e sulla cinta aveva una spada riposta in un fodero d'ottone scuro.

«È tutto un po' strano, ma anche accogliente..» si lasciò cadere sullo schienale della sedia.

«Voglio vedere di più. Dopo cena giriamo un pò.» disse Andrea.

«Dopo due giorni di viaggio?» rispose Nicola «Meglio se ci pensiamo domani.»

Gli altri annuirono. 

C'era altro che si volevano dire ma furono interrotti dalla cameriera, che era appena tornata con un largo vassoio in legno su cui troneggiavano quattro rossi budini semitrasparenti di larghe dimensioni. 

«Buon appetito.» disse poggiando delicatamente il vassoio al centro del tavolo e distribuendo delle posate di metallo.

La fame prese il sopravvento sul sospetto verso una pietanza mai provata e i quattro si avventarono sui budini. Avevano una forma quadrata ma dagli spigoli arrotondati e non erano affatto freddi.

L'aroma di un migliaio di bacche di bosco invase le loro bocche, ma tra le tante sottili differenze di gusto risultava trionfante quella del lampone, che portava freschezza a un piatto che altrimenti sarebbe stato molto pesante. 

Per accompagnare il budino erano stati dati una specie di tisana giallastra. 

Era aspra ma molto fresca e aiutava a buttare giù i gelatinosi bocconi di quei portentosi budini.

Quando ebbero finito non avevano più niente da dirsi, non avevano lasciato neanche una macchia di quelle morbide pietanze, e se ne stavano rilassati sulle sedie.

«Vi è piaciuto, ragazzi?» chiese la cameriera avvicinandosi.

«Sublime, complimenti allo chef.» fece Davide con il sorriso pacato di un bambino che dorme.

«Sono sessanta Capi.» rispose lei, spezzando l'incantesimo e riportandolo alla realtà.

«Ah…» 

Nicola setacciò le sue tasche in cerca di denaro, ma riuscì a tirare fuori solo qualche spicciolo.

Dopo un'accurata ricerca di tasche zaini, il gruppo aveva accumulato una piccola pila di monetine e una singola banconota striminzita e sbiadita dal sole.

La cameriera buttò un occhio a quelle monete d'argento e andò a chiamare il suo superiore. 

Il proprietario si avvicinò al tavolo allisciandosi il baffetto e prese le monete. Le osservò confuso per un po', poi le intascò con riluttanza: «Non credo sia abbastanza, ma vi faccio uno sconto per stavolta.»

Imbarazzati i quattro ringraziarono e si alzarono.

La taverna era ancora tanto affollata quanto prima. 

Uscirono dalla taverna e furono accolti dai miagolii di due esili gattini giocosi che si inseguivano a vicenda. 

Le strade erano quasi completamente vuote, e la luce arancione dei lampioni accarezzava gli edifici che li circondavano.

Lì fuori tutto era fresco e calmo, e camminando nella piazza si poteva annusare il cucinato di tutte le case che li circondavano.

Usciti dal paese attraversarono la deserta campagna, che non era affatto amichevole. Le scure sagome degli alberi di frutti si mischiavano in forme scure e aliene, simili a mostri, e il silenzio era rotto esclusivamente dal regolare canto dei grilli.

«Alla buon'ora.» li accolse il fattore. Era seduto su una scorticata sedia a dondolo in legno e stava sbucciando delle patate. Si alzò in piedi e la sedia scricchiolò come le sue gambe, poi fece cenno ai quattro di seguirlo verso una vecchia capanna di legno, la cui rossa pittura era ormai quasi completamente sbiadita. 

Aprì la polverosa porta di quella casa fatiscente: si trattava di un monolocale con un piccolo bagno. C'era un unico letto di legno, un vecchio armadio e un tavolo su cui erano ammassate varie cianfrusaglie e attrezzi. Ad illuminare quella stanza era il caminetto davanti al tavolo, che scoppiettava allegro.

Per quanto l'arredamento fosse polveroso e usurato e il pavimento sporco di terra, c'era qualcosa di confortevole in quella stanza. 

«Non rompete niente, buonanotte. Vi ho lasciato la paga sul tavolo.» disse lasciando ad Andrea le chiavi e avviandosi verso la porta.

«Scusi, ma noi come ci dormiamo in un letto singolo?»

«Ci sono dei sacchi a pelo nell'armadio.»

I ragazzi lo guardarono un po' delusi mentre si chiudeva la porta alle spalle.

«Allora, chi se lo prende il letto?» chiese Davide mentre tirava fuori trentacinque strane monetine di bronzo dal sacchetto che il contadino gli aveva lasciato sul tavolo.

«Faremo a turno.» rispose Andrea «Inizio io, andiamo in ordine alfabe-.» 

«No grazie.» lo interruppe Luca alzando un pugno verso di lui.

«Rissa?» sorrise Nicola.

«Meglio. Sasso-carta-forbici. Torneo.»

I ragazzi si divisero.

Davide fissò intensamente Nicola con il pugno chiuso.

«Sasso… Carta… Forbici!»

Ci fu un attimo di silenzio.

«Forse era meglio la rissa.» disse Davide.

«Sì, anche per me.» aggiunse Luca dall'altro lato della stanza «Ho cambiato idea.»

Nicola e Andrea si misero davanti al letto.

«Sasso… Carta… Forbici!»

Due sassi.

«Sasso… Carta…»

Una goccia di sudore bagnò la fronte di Nicola.

«Aspetta.» fece Andrea.

«Secondo te c'è spazio per tutti e due?»

Nicola annuì, e i due si andarono a infilare sotto le coperte con un cuscino a separarli.

Davide e Luca si infilarono in due sacchi a pelo, e i quattro si addormentarono con il frinire dei grilli che si sentiva leggero dalle finestre socchiuse.

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