Anche quella mattina i ragazzi si svegliarono sotto un cielo grigio e vuoto.
Tutti loro avevano la gola secca e un sapore d'amaro in bocca, ma bere non sarebbe servito a nulla. Ormai quel fastidio leggero e costante era diventato un'abitudine.
Nessuno venne a bussare alla porta della capanna e nessuna voce si fece sentire dalle finestre.
I ragazzi sgranocchiarono qualche pezzo di pane, poi uscirono per sciacquarsi la faccia con l'acqua del piccolo pozzo sul retro. Bevvero a turno un po' di quell'acqua, a malincuore.
«Oggi non abbiamo consegne da fare.» disse Davide «Evidentemente il contadino è ancora fuori.»
«O forse ci sta lasciando un po' in pace, per una volta.» rispose Andrea.
«Vogliamo andare alla taverna? Ci siamo fatti un bel gruzzolo, potremmo iniziare a spenderlo.»
«Quattro cornetti mi sembrano una buona idea,» sorrise Nicola «Questa volta senza cappuccino.»
I quattro si avviarono con un sacchetto di Capi verso l'uscita della fattoria. I pochi contadini che erano sparsi in giro per i campi sembravano più tesi del solito, oltre che più stanchi.
Quando Andrea alzò una mano per salutare un bracciante, quello lo guardò in cagnesco e riabbassò lo sguardo sul campo dove lavorava.
Dopo il solito scarpinetto, i quattro varcarono l'arco di pietra. La piazza era spoglia, ogni bancarella completamente vuota se non per le poche casse vuote e i cestini impilati uno sopra l'altro sui tavoli.
La taverna, come tutti i locali lì intorno, era chiusa. Dalla finestra aperta al centro della torre, le dolci note di un flauto si arrangiavano nella forma di una melodia imperfetta. Ogni pochi secondi la melodia si fermava per ripartire dall'inizio, incartandosi sempre attorno alle stesse battute.
I ragazzi andarono avanti delusi per le strade del villaggio sperando di trovare un altro posto in cui spendere i loro pochi soldi, ma non c'erano altro che porte chiuse.
Alcune di quelle porte erano chiuse dall'esterno e segnalate con nastri bianchi tenuti fermi da sigilli di cera.
Andrea si fermò davanti ad uno di quegli strani sigilli per osservarlo meglio: vi era inciso il simbolo di una colomba nera dal lungo becco e le ali piegate.
Un rumore sordo e metallico fece girare improvvisamente gli altri tre.
Andrea indietreggiò rapido con un urlo mentre un uomo barcollante tentava di colpirlo con una pala di ferro.
Il ragazzo inciampò cadendo sulla schiena, guardò terrorizzato l'uomo che si avvicinava minaccioso.
Davide corse verso quell'uomo cercando di spingerlo alle spalle ma quello si girò e lo colpì alle braccia. Entrambi i ragazzi indietreggiarono di corsa e l'aggressore seguì Davide verso la parete opposta del vicolo.
Andrea corse verso l'uomo ma si fermò subito quando si girò verso di lui.
«Dovete prendergli quella pala!» urlò Davide dolorante.
Luca e Nicola si guardarono per un attimo, poi corsero ai lati opposti per accerchiare l'uomo mantenendo sempre abbastanza distanza da non farsi colpire.
Quello si guardava attorno girando su sé stesso, e i quattro videro che il suo barcollare aumentava.
Quell'indizio bastò ad Andrea per scegliere di cedere all'adrenalina: «Adesso!» urlò.
I tre ragazzi corsero verso l'uomo da tre direzioni diverse, Luca e Nicola afferrarono le due estremità della pala mentre Andrea la teneva al centro.
Cercarono di tenere stretta la presa mentre l'attrezzo si agitava assecondando i bruschi movimenti dell'uomo.
Fu in quel momento che Davide si alzò in piedi a fatica. Si avvicinò alle spalle dell'uomo toccandosi le braccia, prese la rincorsa e tirò il calcio più forte della sua vita sui testicoli dell'aggressore.
Quando quello cadde in avanti e allentò la presa, Nicola gli strappò di mano la pala.
«Che cosa vuoi da noi?!» urlò puntandogliela contro.
«Eccoli qua!» urlò un uomo dalla voce roca dall'altro lato della strada.
I ragazzi si girarono verso di lui, trovandosi davanti una decina di persone con forconi, pale e vanghe.
«Untori!» gli urlò uno di quelli avvicinandosi a passo svelto, e tutti lo seguirono.
I quattro iniziarono a correre svoltando casualmente tra gli stretti vicoli del comune.
L'inseguimento continuò tra le palazzine di pietra finché i ragazzi non si trovarono faccia a faccia con un vicolo cieco.
I ragazzi iniziarono a sudare freddo mentre quella folla si avvicinava.
«Dev'esserci un errore.» urlò Luca con gli occhi serrati «Non vi conosciamo, non vi abbiamo fatto nulla! Volete qualcosa? Non abbiamo niente!»
Gli uomini continuarono ad avvicinarsi senza degnare Luca di una risposta finché un'ombra non si stagliò sulla strada di pietra. I ragazzi non fecero in tempo a girarsi che un altro uomo gli comparve davanti saltando giù dal tetto dietro di loro.
Era un quarantenne dal volto severo, ma il suo fisico era ancora atletico e robusto. In mano aveva un vecchio fucile e portava un cappello scuro con la visiera. Una giacca verde e malridotta come il pantalone largo si intravedeva sotto il corto mantello grigio.
L'uomo si guardò attorno rapidamente. Afferrò i quattro, sfondò il portone di un palazzo vicino con il calcio del fucile e vi si buttò dentro tirandosi dietro i ragazzi. L'uomo si fissò il fucile ad una bandoliera, poi fece cenno ai ragazzi di seguirlo e corse su per le scale. I quattro obbedirono silenziosamente standogli dietro fino al tetto del palazzo, poi scavalcando un muretto e passando al palazzo a fianco.
«Ascoltatemi bene. Il mio nome è Yosif. Se non ve ne siete accorti, questo paese ha trovato il suo capro espiatorio. Se non siete d'accordo con loro, seguitemi senza fare domande.» disse serio.
Continuò a passare da tetto a tetto camminando agilmente sulle instabili tegole di terracotta mentre i quattro si sforzavano di seguirlo senza scivolare dietro di lui, svelto e scattante nel movimento.
Arrivarono in poco tempo a un tetto più basso circondato da tanti alberi. Erano sopra un frutteto.
«Adesso dovete saltare su uno di questi alberi. Dovrebbero ammortizzare la caduta.»
«Saltare? Ma sei pazzo?» disse Davide.
«Quel "dovrebbero" non mi piace.» aggiunse Luca.
«Preferite essere presi da quelli? Non ragionano più con la testa, sono tutti malati.» gli rispose l'uomo senza cenno di agitazione.
«E se non atterriamo bene?» chiese Davide.
L'uomo guardò Davide e fece come per tagliarsi il collo con una mano, poi saltò giù nella folta chioma dell'albero.
I quattro rimasero bloccati dalla paura, ma sentivano le urla lontane dei paesani. Tornare indietro non sarebbe stato più facile che andare avanti.
Andrea si buttò per primo, seguito da Luca e Nicola. Davide restava fermo lì, a guardare l'albero. Prese un respiro profondo e si massaggiò le braccia ancora doloranti, poi saltò.
I ragazzi seguirono l'uomo misterioso per quel frutteto che sembrava deserto. Uscirono scavalcando un muretto, seguirono un vicolo disabitato e raggiunsero il lago.
Lì, un uomo in un elegante completo blu notte li stava aspettando mentre si specchiava pensieroso nell'acqua.
I quattro riconobbero il medico che avevano incontrato nella taverna nel suo nero mantello.
Li guardò a uno a uno, ma non disse niente: ci fu qualche attimo di silenzio sotto il freddo ma piacevole venticello.
I cinque seguirono Nestor verso la villetta più vicina ascoltando il lontano canto dei grilli.
La villetta si trovava sopra la scogliera, molto vicina al lago e sopraelevata rispetto a tutto il resto: era un edificio modesto, ben curato e alto due piani. I mattoni erano bianchi e puliti, sembrava di costruzione recente rispetto al resto del colle. Il giardino sfoggiava crisantemi e gelsomini disordinatamente mischiati.
Nestor aprì la scura porta e li fece entrare. Era un posto ben arredato, elegante. Il primo piano era diviso in tre stanze: un salotto che fungeva anche da studiolo, una cucina e una sala da pranzo.
Si fermarono nel salotto, dove Nestor aveva già preso posto dietro una larga scrivania stranamente ordinata.
In quella stanza ci si sentiva isolati dal mondo esterno.
Il rumore dell'acqua del lago che batteva contro la scogliera si mischiava al ticchettio continuo di un orologio a muro: era rumoroso, un po' troppo rumoroso, quasi come se fosse stato progettato appositamente per essere così invasivo nel silenzio di quella stanza.
Yosif si sedette su una poltrona di pelle rossa e i quattro su un adiacente divano chiaramente pregiato: era la cosa più morbida su cui si fossero riposati in giorni, o forse in tutta la loro vita.
Un'imponente libreria occupava un'intera parete, molti dei libri portavano titoli in lingue e caratteri alieni ai quattro. Quei tomi impregnavano il salotto di un rilassante odore di carta che si mischiava a quello del legno bruciato in camino spento da poco.
La calda luce della lampada faceva sbrilluccicare le tante ampolle, bottiglie e curiosi oggetti che popolavano le mensole sulla parete dietro la scrivania.
«Che cosa volevano quelli da noi?» chiese Nicola.
«Questo lo vorrei sapere io da voi.» disse Nestor scocciato «Come avete capito, io sono un medico: non credo nelle superstizioni popolari che vi danno il nome di untore, ma so fare due più due e non posso ignorare certe coincidenze. È vero che siete arrivati subito prima che iniziasse questa storia?» «Non abbiamo fatto nulla di male.» rispose rapido Nicola.
«Ah, quindi è stato lo spirito di Giutunn a contaminare le falde acquifere di tutta l'area.»
«Veramente? E chi è Giutunn?»
«No, chiamasi presa per il culo. Ed è probabilmente quello che voi state facendo a me. Nessuno di noi sei esce da questa stanza finchè non avrò le risposte che mi servono.»
disse Nestor perdendo il suo sorriso. Lo sguardo gli si era ora fatto di nuovo freddo.
«Chieda pure.» prese la parola Andrea per cercare di salvare la situazione.
«Voglio sapere cos'avete fatto da quando siete arrivati qui. Ogni cosa.»
«Siamo stati assunti dal proprietario di un podere per fare consegne a varie imprese, abbiamo parlato con un pescatore e gli abbiamo chiesto perchè c'è una palla nel lago, abbiamo piantato dei girasoli… Ah, e lo abbiamo cucinato noi il pesce. Abbiamo visitato una specie di tempio, o meglio due templi diversi, uno qui vicino un altro mezzo distrutto fuori città. Abbiamo inseguito due ladre ma le abbiamo lasciate andare per-»
«Voi mi state prendendo in giro.» lo interruppe severo Nestor. «State temporeggiando? Sappiate che vi tengo d'occhio, e che vi conviene collaborare se non volete che moriamo tutti qui dentro. Ah, e per informazione,» continuò indicando il fucile di Yosif «Non abbiamo tanto tempo da perdere, quindi se volete rimanere in quattro dovreste iniziare a collaborare.»
«Nestor,» si intromise quello posando il fucile dietro la poltrona «Sono quattro ragazzini. Non capiscono nemmeno di che stai parlando. Siamo in un vicolo cieco.»
Nestor sbuffò lasciandosi cadere sulla sedia, poi si alzò in cerca di un manuale tra i tanti in quel salotto. Mentre passava il dito tra le costine in cuoio di quei pregiati volumi, fu interrotto da Luca:
«Abbiamo bisogno di un favore. C'è una persona che conosciamo che aveva la malattia da prima degli altri… Deve visitarla.»
«No.» disse tirando fuori il polveroso volume dallo scaffale. «Ormai è già tardi.»
«È una madre, la prego.»
Nestor incontrò lo sguardo di Yosif.
«Va bene.» disse posando il tomo sulla scrivania.
Tornò all'ingresso e afferrò due cappotti neri, lanciatone uno a Yosif aprì la porta e uscì. Faceva assai freddo fuori, e ciò non avrebbe certo aiutato le condizioni dei tanti malati.
Andò nel retro della villetta seguito dai cinque.
Lì dietro, un cavallo marrone scuro, palesemente abbastanza costoso, era attaccato ad un rosso carretto, ben diverso da quello a cui erano abituati i ragazzi. Aveva le panche imbottite, uno scomparto per le valigie ed era coperto.
Partirono poco dopo.
