Cherreads

Chapter 10 - "Parole sotto la luna"

Il sole era calato da tempo e i ragazzi non avevano nulla da mangiare in casa. Non avevano né la voglia né i soldi per andare dal tavernaio, e si avviarono quindi per la prima volta verso la mensa della fattoria. Era un grosso capannone di legno che si chiudeva con una volta a botte.

Entrati nell'edificio, i ragazzi rimasero delusi. 

Quella grande sala avrebbe potuto ospitare grandi banchetti con decine e decine di ospiti, ma al momento era quasi vuota: i tre lunghi tavoli di legno che ne occupavano il centro erano sparecchiati, e le tante candele che pendevano dai grandi lampadari metallici illuminavano solo sei commensali accarezzandoli con una luce calda. 

Tre di loro, i più vicini all'entrata, erano dei vecchietti che giocavano a carte nelle loro salopette. Sedevano a uno dei tanti piccoli tavoli che si trovavano agli angoli della sala. In un angolo di quel tavolo, per fare spazio alle carte, i tre avevano ammassato un po' di pane e dei piatti vuoti.

In fondo alla sala, a un altro di quei tavolini, tre ragazze parlavano a bassa voce nascondendo qualche risatina dietro una mano. 

I quattro riconobbero subito la nipote del contadino: era la più grande delle tre, ma stava ascoltando con una certa attenzione i discorsi delle altre.

Un po' più basse e con un paio d'anni in meno della prima, le due ragazzine parlavano mentre mangiavano del pane. 

«Avete visto chi c'è?» fece Andrea «Andiamo a parlarle.»

«Sì, non l'abbiamo nemmeno ringraziata per l'altra volta.» aggiunse Davide.

I quattro si fermarono davanti al bancone dove una vecchia signora dai capelli grigi e ricci avrebbe dovuto servirli. 

«Vorremmo quattro piatti di carne, grazie.» disse Davide.

Senza nemmeno distogliere lo sguardo dal vecchio libro che stava leggendo, la signora gli avvicinò una cesta di pane: «La carne è finita.»

«Potrebbe farci una zuppa?»

La donna scosse la testa: «Abbiamo solo il pane, al momento.» 

«Va bene lo stesso, grazie.» 

«Ma la cosa importante è un'altra!» esclamò divertita una delle ragazze, gli occhi un po' coperti dai lunghi capelli biondi «Sono carini, questi misteriosi viaggiatori?» 

«Non ci provare!» rispose la nipote del contadino con un sorriso «Sono quattro esaltati vestiti come dei giullari, sembrano sempre stralunati e ho l'impressione che non si lavino da qualche giorn-» 

«Ma sta parlando di noi?!» esclamò Nicola dal bancone. La ragazza si girò di scatto e, senza perdere il suo sorriso - che a dirla tutta si allargò leggermente - salutò i quattro con due ampie bracciate. 

«E chi li aveva visti?» disse alle amiche a bassa voce, coprendosi la bocca con la mano.

«Però è vero che sembrano dei giullari.» commentò la più piccola «Non esistono vestiti normali da dove vengono?»

I quattro si avvicinarono al tavolo con due pagnotte a testa.

«Possiamo rubarti un attimo?» chiese Davide. 

«Aspettate qui» disse la ragazza alle amiche «Torno tra poco.»

Le due rimasero deluse vedendola allontanarsi con i quattro, ma si rimisero a ridere quando quella si girò per un attimo verso di loro, si tappò il naso e sorrise con una smorfia agitando la mano.

I cinque presero posto a un altro tavolo, e Davide strappò un pezzo di pane con le mani per offrirlo alla ragazza. 

«Grazie per l'altra volta, ci hai salvati.» le disse «Non ci siamo nemmeno presentati. Siamo Davide, Luca, Andrea e Nicol-» 

La ragazza lo interruppe con uno sbadiglio: «Piacere, Laura.»

Si prese il pezzo di pane e lo mandò giù con un sol boccone, poi riprese: «Non serve ringraziarmi. Nonno Edo è un brav'uomo, anche se non sembra. Non avrebbe sparato, io ho solo accelerato un po' le trattative.»

«E perchè lo hai fatto?» chiese Nicola con le braccia conserte.

«Mi sembravate interessanti.» disse lei accennando un sorriso che sparì subito dopo «Poi è andato come doveva andare.»

Si girò verso le amiche. Sondò con gli occhi tutta la sala come per salutare silenziosamente i tre anziani e la cuoca ma anche l'odore di candela, i vecchi tavoli scheggiati, i piccoli quadri appesi in giro. Ogni cosa in quel luogo raccontava dei ricordi che i ragazzi non potevano leggere, ma che per Laura erano tutto.

«Abbiamo altro a cui pensare, ora. Finchè non passerà questa pestilenza, non ha nemmeno senso muoversi… Potremmo essere già malati, in attesa di morire. Non penso che riuscirete a stupirmi più di quanto non lo avete già fatto.»

«Stupirti, eh?» sorrise Andrea «Non so cosa ti aspettavi.»

«Non siete certo tipi comuni.» rispose la ragazza «Dite che venite da Ceremo, ma non ho mai sentito nominare questo posto. Nemmeno mio nonno ha idea di dove sia, e lui conosce le strade commerciali della regione. Poi siete pieni di contraddizioni… Siete venuti pensando di dichiarare guerra a Serece, ma ci avete messo due ore a consegnare una cassa di frutta. Eravate pronti a minacciare un povero vecchio, ma avete lasciato andare quelle due…»

«Come…?»

«È abbastanza ovvio. Ci sta che non siate bravi a guidare un carro se sono le prime volte… Ma quella lì non ha certo più esperienza di voi. Con il poco vantaggio che aveva e con tutto quel peso appresso, è impossibile che non le abbiate raggiunte. Evidentemente vi hanno fatto pena, e le avete lasciate andare.»

«Non-» Nicola fu interrotto da Luca: 

«Penso che sia troppo tardi per dare valore a un carro e qualche cassa di frutta.»

«Mhm.» annuì la ragazza «Non posso biasimarvi. Nemmeno mio nonno si sarebbe arrabbiato, secondo me. Tanto ormai non servono a niente, quelle cose.»

Davide abbassò lo sguardo: «Sembravano disperate. La madre stringeva una statuetta da quattro soldi e bisbigliava cose strane, dev'essere impazzita…»

«Qualcuno ti maledirebbe per aver detto una cosa del genere.» sorrise lei «Siete fortunati che a me queste cose toccano poco.»

I quattro la osservarono confusi, quattro sopraccigli alzati a interrogarla con lo sguardo.

«Non avete nemmeno la religione da dove venite? Vi fate sempre più interessanti.» disse con un colpo di tosse.

«Di che si tratta?» chiese Andrea «Non lasciarci così.»

«E che sono, una Sacerdotessa? Non è mica facile come discorso.»

I ragazzi la guardavano in silenzio. 

«Andate a visitare il tempio, se volete capire di che si tratta. Un edificio circolare poco lontano dal lago, lo riconoscerete sicuramente. Lì davanti ci sono statue come quelle che avete visto in mano alla donna.»

«Magari domani ci passiamo.» rispose Andrea girandosi verso i tre amici.

«Non avete molto altro da fare, ormai.» disse lei avvicinandosi un bicchiere alle labbra. Bevve tutto in un sorso, cercando di mantenere il suo contegno anche quando il pessimo sapore le strappò una smorfia.

«E pensare che ci facevano ringraziare Dio, a ogni pasto.» commentò tra sé e sé.

«Puoi dirci qualcosa su quelle persone?» chiese Luca «Su quelle che sono fuggite, intendo.»

La ragazza alzò lo sguardo come alla ricerca di un ricordo: «Ne so poco, sinceramente. La madre è una gran lavoratrice, ma non passo quasi mai da lei. La figlia è strana…»

«Uh?»

«È l'unica della nostra età che non vedo quasi mai a cena con gli altri. Le poche volte che viene sta comunque in silenzio, di solito a un tavolo singolo. Non c'è niente di male nell'essere timidi, ma ci conosciamo da anni e non abbiamo mai avuto una conversazione.» continuò «Mi dispiace, non posso dirvi altro.»

«E su questa storia dell'acqua?» si intromise Andrea «È mai successo niente di simile?»

«Non che io sappia, e di sicuro non da quando sono nata.»

La ragazza si passò una mano sui capelli: «C'è una vecchia storia che si racconta, su una pestilenza che venne fermata con il ritorno di un eroe che la Storia aveva dimenticato. Ma successe secoli fa. È la storia con cui una delle famiglie regnanti legittima il suo potere.» 

«Non ci sto capendo nulla.» rispose Andrea.

«Di solito è così con queste storie. Ma il nostro caso credo che sia meno interessante. È peculiare che tutto questo sia iniziato con il vostro arrivo, vero? Viaggiatori squattrinati da una città inesistente.»

«Che cosa stai insinuando?» fece Nicola «Non mi dirai che adesso è colpa nostra.»

«Non credo.» sbadigliò lei «Mi piace pensare che siate dei bravi ragazzi. Ma non mi sorprenderebbe se qualcuno la vedesse diversamente.» 

«Va bene, si è fatta una certa ora» si alzò Nicola seccato «Direi di andare.»

I tre annuirono e lo seguirono verso l'uscita dopo aver salutato la ragazza.

«Buonanotte, viaggiatori.» disse. Poi tornò dalle sue amiche.

«Che ne dite di andare un attimo a questo tempio?» chiese Andrea.

L'aria era fredda e il sonno iniziava a farsi sentire, ma nessuno aveva effettivamente voglia di andare a dormire.

«E perchè no?» rispose Davide «Ci facciamo una passeggiata.»

I ragazzi camminarono lungo il sentiero girandosi di tanto in tanto verso la campagna. Tutto sembrava vuoto, e poche luci calde macchiavano quel panorama grigio e nero, un quadro senza umani.

Passarono davanti all'obelisco e ai suoi segni sconosciuti, superarono la vuota piazza e continuarono per gli stretti vicoli del comune. Quasi tutte le finestre erano chiuse, la fredda luna era l'unica luce a guidarli nella loro marcia. 

I ragazzi si fermarono davanti a un piccolo tempio circolare, una cupola dal cui retro si alzava un alto campanile. Una scala scendeva verso di loro e il grosso e squadrato corrimano era decorato da tante piccolissime statue di pietra: quegli uomini sembravano tutti uguali, nascosti dal loro cappuccio. Fatta eccezione per il materiale, quelle statuine alte poco più di dieci centimetri erano identiche a quella che stringeva la donna.

Quella costruzione spartana doveva essere una delle più antiche al colle: i grigi mattoni di pietra erano estremamente consumati e, in alcuni punti, sembrava che la struttura stesse per cadere a pezzi. I grossi finestroni di vetro bianco, grigio e bluastro che facevano il giro dell'edificio presentavano qualche piccola crepa, eppure erano perfettamente puliti.

I quattro salirono lenti lungo le scale e notarono che ognuna delle statuine che li circondavano era cava sulla testa: un dito d'acqua era conservato in quello spazio vuoto.

All'interno del tempio lo spazio era claustrofobico e la luce della luna filtrata dai cupi colori del vetro dava un'atmosfera aliena. 

Un'antica fontana di pietra scura si ergeva al centro della stanza: i complessi decori stonavano con la semplicità del tempio e la rendevano protagonista indiscussa in quello spazio. 

Quella forma si allungava seguendo forme irregolari e indescrivibili, la pietra ammuffita si contorceva come il tronco di un albero primordiale fino a mischiarsi con le travi di legno che si univano al centro del soffitto. 

I getti della fontana non avevano un flusso continuo ma lasciavano cadere occasionalmente una o due gocce a ritmo irregolare: ognuna di quelle, non appena andava a tuffarsi nell'acqua stantia, diventava una nota nella lenta e cacofonica melodia che manteneva in vita quel luogo.

A tenere il ritmo, alcune figure incappucciate bisbigliavano un discorso inginocchiate davanti a delle panche di pietra. Ognuno in quel coro manteneva le mani unite sulla fronte, come il tavernaio aveva fatto davanti alla morte. 

Un uomo incappucciato, l'unico fuori dal gruppo, era vicino a una finestra e ne stava pulendo il vetro con un panno di velluto.

«Mi scusi,» si avvicinò Andrea «Cosa stanno facendo quelle persone?»

L'uomo continuava a passare il panno sulla finestra mentre ascoltava il ragazzo, poi si girò verso di lui senza staccare la mano dal vetro.

«Pregano.» rispose una voce dolce. 

Quella parola uscì sola da un sorriso triste.

I quattro guardarono quel viso in penombra finché non si rigirò. Non ebbero più domande.

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