Il carro guidato da Davide scese lento per la collina sotto le pochissime nuvole che macchiavano di bianco il grigio cielo di quel giorno difficile.
Non appena furono vicini alla fattoria, i ragazzi vennero fermati da un bracciante che corse verso di loro:
«Due ladri hanno rubato una parte del raccolto che stavamo conservando e sono fuggiti! Presto, dovete inseguirli! Sono appena partiti, vanno verso i campi!»
I quattro si guardarono confusi per un attimo, poi Davide strinse le redini e accelerò.
Gli zoccoli del cavallo sbattevano con forza sul terriccio alzando una sottile nuvola di polvere che li seguiva alla stessa velocità.
Le ruote girarono e superarono presto gli edifici della fattoria: il carro sfrecciò per la campagna tagliando in due i campi, piegando il grano malato sotto le sue ruote e schiacciandolo sotto gli zoccoli del cavallo.
«È lì!» indicò Andrea.
A poco più di duecento metri, un carro si stava allontanando sempre più veloce.
«Il loro carico è più pesante, possiamo raggiungerli! Devi accelerare!» urlò Nicola.
Davide serrò le sopracciglia e sbatté le redini per frustare il cavallo, e quello accelerò.
Non erano mai andati così veloci in vita loro, e il vento iniziava a farsi sentire man mano che si avvicinavano all'altro carro.
Continuarono a inseguirlo quando quello sfondò il recinto uscendo dai campi: sull'erba secca entrambi i carri erano più veloci di prima, ma i ragazzi stavano guadagnando terreno sempre più rapidamente ora che il cavallo fuggiasco si era ferito sul legno della staccionata.
Duecento metri divennero centocinquanta, poi cento e ancora cinquanta. Le ruote continuavano ad accelerare e i ragazzi a tremare mentre il vento agitava giacche e capelli. Lo sguardo di Davide, però, rimaneva fisso sull'obiettivo.
I ragazzi intravidero un braccio sottile spuntare da dietro le casse, poi qualcosa cadde verso di loro.
«Attento!» urlò Andrea.
«Lo vedo!»
Una cassa cadde sull'erba spaccandosi in due e facendo cadere decine e decine di angurie che rotolarono verso il carro dei quattro.
Davide tirò la redine sinistra con tutta la forza che aveva e quasi fece ribaltare il carro per schivare le angurie e il succo che avevano lasciato a terra.
«Siamo proprio disperati, eh?» grugnì nervoso.
«A destra!» urlò Nicola quando il carro fuggiasco rallentò e lasciò cadere tre casse una dopo l'altra verso di loro.
Davide tirò di nuovo la redine ma non riuscì a evitare un melone che si spaccò sotto una ruota facendoli rallentare e macchiandola completamente di succo rosso.
«Devi accelerare di nuovo, hanno perso tempo! È un'occasione d'oro!» urlò Luca.
«Sì, e se si ribalta il carro come facciamo?» rispose Davide.
Man mano che Davide riprendeva velocità, l'altro faceva lo stesso: adesso era più leggero di prima, e con altre casse avrebbero potuto fermare definitivamente gli inseguitori.
«Nicola, riesci a colpirgli le ruote?» chiese Luca concentrato.
«Come?» rispose lui confuso, ma la mano corse subito allo zaino. Voleva una conferma, più che un chiarimento.
«Hai la pistola, no? Prova a fermarli con quella!»
Nicola tirò fuori l'arma e sorrise nervoso, aveva cinque colpi.
Prese attentamente la mira e poi sparò, e strinse i denti vedendo che aveva mancato.
Quel colpo allertò il ladro che ora stava accelerando.
Nicola provò a colpire la ruota una seconda volta, ma la mancò di nuovo danneggiando solo leggermente il retro del carro.
«Puoi avvicinarti un po'?» chiese Nicola ad alta voce.
Il numero tre risuonava nella sua testa martellandola con una fastidiosa urgenza. La fredda impugnatura della pistola gli faceva tremare leggermente le mani insieme all'adrenalina.
«Posso provarci, ma il cavallo si sta stancando. Avrai poco tempo prima che rallentiamo di nuovo!» gli rispose lui mentre si avvicinava il più possibile al carro che stava inseguendo.
Nicola sparò a raffica mancando entrambe le volte e rimanendo con un solo proiettile.
«Cazzo!» urlò.
A quel punto il ragazzo alzò il revolver e sparò di nuovo, le sopracciglia aggrottate e gli occhi che si erano spostati su un altro obiettivo: il cavallo che stavano inseguendo cadde a terra, e il carro si fermò all'improvviso andando quasi a sbattere contro la colonna di marmo della sera precedente.
Nicola fece un respiro profondo.
Era ansimante, come un corridore dopo una maratona, e teneva ancora stretta la pistola.
Davide scese dal carro con il voltastomaco, e i tre lo seguirono avvicinandosi al cavallo che avevano appena fermato. Il raccolto rubato era lì, nelle tante casse che erano rimaste intatte, ma non c'era più alcuna traccia di chi lo aveva portato via dalla fattoria.
I ragazzi ebbero un attimo di tempo per guardarsi attorno preoccupati in cerca dei ladri, ma tutti si rigirarono verso di Luca quando lo sentirono sussultare dallo spavento.
Una ragazza era saltata fuori da dietro la colonna e, prima che Luca potesse fare o dire qualsiasi cosa, lei gli corse contro con un forcone: il ragazzo provò istintivamente ad alzare le braccia per difendersi, ma lei lo colpì con forza ferendogli la mano destra.
«Andate via! Lasciateci sole!» urlò lei contro i ragazzi, che nel frattempo si erano riuniti attorno all'amico ferito.
Mentre il sangue della mano di Luca si asciugava sulla sua giacca, il ragazzo guardò meglio chi aveva davanti.
La ragazza, che sembrava avere la loro stessa età, portava gli stessi modesti e sporchi stracci rattoppati che avevano in tanti alla fattoria. Il marrone e il bianco di quel lungo abito passavano inosservati sotto il chiaro viso i cui dolci lineamenti erano corrotti dall'aggressiva espressione di paura, speranza, odio e rabbia che aveva in volto. I suoi lucidi e profondi occhi azzurri risplendevano tragicamente di un miscuglio di tutte quelle emozioni mentre i lunghi, folti e scompigliati capelli biondi ramati le incorniciavano il viso coprendolo con qualche ciuffo disordinato.
Continuava ad agitare il suo forcone contro i quattro che la guardavano immobili: dietro di lei, la complice - una donna sulla quarantina, vestita degli stessi poveri stracci, era stesa con la schiena sulla colonna e sembrava delirare. Il suo volto, ossuto e pallido, tremava avvolto nel bianco velo che aveva alla testa. Con gli occhi perennemente chiusi, sussurrava freneticamente un discorso confuso mentre stringeva tra le mani una piccola statuetta di legno raffigurante un uomo in un cappuccio.
«Cosa volete da me?!» chiese la ragazza ad alta voce agitando ancora il forcone verso i ragazzi.
«Ti sei presa il nostro raccolto!» rispose subito Andrea.
«Vostro?! E voi chi cazzo siete ora, i nuovi servi di quello spilorcio?! Noi ne abbiamo bisogno, mia madre è malata! Nessuno a Preste può aiutarci, e di sicuro non lo farà Edo! Dobbiamo scappare, dobbiamo cercare aiuto da qualche altra parte, ma ci serve del cib-»
La ragazza fu interrotta da un colpo di tosse.
«Sicuramente non sono il tipo di ladri che mi aspettavo.» sbuffò Davide confuso.
«Già che siamo qui.» disse Luca girandosi verso i suoi amici «possiamo farle nascondere nella cripta. Saranno al sicuro finchè non troviamo una soluzione.»
I ragazzi lo guardarono confusi: non si aspettavano certo una decisione così drastica presa così rapidamente.
«Vuoi dirmi che ho sprecato tutti i miei colpi per niente? A questo punto, sarebbe stato meglio lasciarla scappare.»
«Nicola ha ragione, abbiamo stancato il cavallo e sprecato l'unica arma che avevamo, abbiamo ucciso un animale e sfasciato un carro, ed è stato tutto inutile?» aggiunse Davide.
Luca non rispose, e tutti si girarono verso la ragazza che, adesso, sembrava leggermente più calma. Aveva allentato la presa sul forcone e aveva perso la rabbia che aveva negli occhi. La speranza sembrava essere cresciuta, ma qualcosa di corrotto macchiava quell'emozione.
I ragazzi la accompagnarono nella cripta. Lei si guardò intorno, ancora contrariata, e si girò verso di loro.
«Vi sembra un posto dove far dormire una persona malata?»
«Preferivi un albergo? Un cinque stelle, magari? Non avevamo molta scelta, siamo in mezzo al nulla.» rispose Nicola.
«Un unico consiglio, stai lontana da quel coso rosso. Non vuoi vedere cosa c'è lì dentro, fidati.» aggiunse Luca.
I ragazzi sistemarono lì le casse rubate, e ci fecero sdraiare vicino la donna.
«Bene, abbiamo fatto tutto…» disse Davide soddisfatto a lavoro finito.
«E mi lasciate qui da sola?» chiese la ragazza.
«C'è bisogno di noi alla fattoria.» rispose Andrea.
Mentre i ragazzi salivano le scale, Luca si fermò davanti all'uscita e rimase in silenzio per un attimo.
«Forse conosciamo un medico che potrebbe aiutare tua madre. Se tutto va bene, torneremo con lui.»
«Forse? Se tutto va bene? Perfetto, l'importante è crederci.» commentò sarcastica la ragazza.
Fu dall'ultimo gradino che, prima di andarsene, il ragazzo sentì due parole pronunciate dietro di lui.
«Grazie, comunque.»
La strada del ritorno, i ragazzi la fecero con calma. Nessuno aveva voglia di correre, in quel momento.
Arrivarono alla fattoria quando il sole stava già calando e trovarono i campi deserti.
I braccianti si erano arresi: erano stanchi, e non avendo ortaggi a cui pensare passavano il tempo nell'ozio, sparsi per i terreni e le case.
Fu uno di quei braccianti ad accogliere i ragazzi, fermandoli con tono rassegnato non appena li vide arrivare:
«Non avete recuperato nulla? Al capo non farà piacere. Non so quando tornerà, ma dovrete parlarci voi.»
«Adesso non c'è?» chiese Davide.
«Ha detto che avrebbe parlato con altri contadini della zona, per cercare di trovare qualche accordo.»
Pensierosi, i quattro si allontanarono.
Ripercorsero a passo lento quella fattoria addormentata e polverosa finché non gli venne fame.
