Sentendo bussare alla porta, Davide si alzò dal letto.
«Chissà chi è, questa volta.» fece Luca sarcastico.
Non appena Davide aprì la porta, senza nemmeno un saluto, il contadino esclamò a braccia conserte:
«Siete stati bravi oggi, tenete.» disse mollandogli in mano un sacchetto di pelle «Ora seguitemi, abbiamo da fare nei campi.»
«Ancora?! Ma abbiamo lavorato tutta la mattina!» protestò Andrea.
«Lavorato, come no.» lo ammonì il contadino mentre si affacciava in una capanna. Ne uscì con degli attrezzi e fece cenno ai ragazzi di seguirlo.
Camminando tra i campi, i quattro videro che diverse altre persone stavano lavorando quelle terre: uomini e donne, giovani e anziani.
Alcuni di loro sarebbero potuti essere i loro genitori, altri sembravano avere la loro stessa età.
«Abbiamo arato da poco, ora dobbiamo solo piantare i semi. Prendete questi e allontanatevi un po', così copriremo aree diverse e faremo prima.» disse l'uomo mentre porgeva ai ragazzi quattro diversi sacchi di tela.
«E ora che c'è?» gli chiese spazientito vedendo che i ragazzi erano rimasti fermi a guardarlo in silenzio.
«Signore, che roba è?» chiese timidamente Luca.
«Ma da dove siete venuti?!» esclamò il contadino, guardandoli come degli alieni. Poi sbuffò: «Se li metti nella terra, e ci metti sopra l'acqua e te ne prendi cura, dopo un pò ne esce fuori qualcosa. Questi sono girasoli.» disse mangiandone uno «Sono commestibili, e ci può fare l'olio. Voi dovete spargerli per questo campo.»
«A Ceremo, il cibo esce direttamente dai capannoni e dalle serre che sono in periferia. Non dobbiamo mica tirarlo fuori noi dalla terra.»
«Sì, facile la vita dei mantenuti. E che diavolo è una serra? È proprio vero che negli altri comuni vive solo gente strana.» disse il contadino, ricominciando a parlare prima che qualcuno potesse rispondergli.
«Comunque, è il lavoro più semplice del mondo. L'importante è cercare di tenerli in fila, senza spargerli troppo casualmente. Sembra tanto, ma ci metterete qualche oretta al massimo.»
Mentre spiegava, l'uomo stava lasciando cadere le piccole scheggette nere dal suo pugno alla terra arata dai contadini.
I quattro iniziarono ad imitarlo, e in poco tempo ci presero la mano. La terra sotto di loro era morbida e appena zappata: ci si sarebbe potuti affondare fino alle caviglie se ci si fosse fermati.
Seguendo le sue indicazioni, si allontanarono dalle case andando a lavorare nella parte più esterna dei campi: si divisero in quattro diverse zone, poi iniziarono a seminare.
Quella che seguì fu una lunga e silenziosa ora di lavoro, un lavoro tranquillo ma monotono, accompagnato occasionalmente dalle lontane voci dei contadini e dai versi sconosciuti che si sentivano dal bosco lì vicino: scoiattoli, grilli e gufi - tutti animali che i ragazzi non avrebbero riconosciuto, ma che ascoltavano con curiosità, fascino e anche un minimo di paura.
Era noioso spargere quei semi, ma ogni volta che li si lanciavano come coriandoli neri assumevano forme diverse spinti dal vento, prima di cadere completamente a caso.
Il sole iniziava ad essere basso e il terreno davanti a loro completamente piano. C'era una certa semplicità dietro tutto questo, un che di rassicurante che prendeva più e più potenza con la ripetizione di un gesto meccanico a cui si stavano abituando.
«A voi sarebbe piaciuto vivere così?» chiese Andrea mentre lasciava cadere a terra gli ultimi semi rimasti e la campagna si tingeva d'arancio.
«Piantando semi in mezzo agli alberi e agli straccioni? Mi fa sentire un po' fuori posto, a dirla tutta.» rispose Luca.
«Non credo che rimarremo qui per molto, quindi non mi farei il problema.» gli fece notare Andrea, poi sbadigliò.
«Quanti giorni sono passati da quando siamo partiti?» chiese Davide appoggiandosi alla staccionata verdognola che delimitava il campo.
«Era venerdì, no?» rispose Nicola «Tre giorni.»
Una piccola e verde lucertola li fissava da fuori il campo.
Davide sbuffò.
«Perché fai così ora?» gli chiese Andrea con un sorriso beffardo.
«Chissà come sta Sabrina.»
«Non è mica una bambina. Quante volte ha cucinato lei per te?» sorrise Andrea.
«Fin troppe… Ma sono comunque il fratello maggiore. Più tempo passiamo qui, più le nostre famiglie si staranno preoccupando. Immagino che ci abbiano già dati per dispersi.»
«E che pesantezza!» lo richiamò Luca «Staremo qui finchè non ci procureremo un mezzo e qualche informazione, e poi partiremo verso Serece. Per quello che abbiamo trovato finora, non puoi dire che non ne sia valsa la pena.»
Davide fece un mezzo sorriso.
«A proposito» riprese Andrea «Dovremmo iniziare a lavorare anche su quello. Domani torniamo dal pescatore, lui mi sembra uno informato.»
«Sì, ma ora siamo liberi! Abbiamo appena scoperto che ci hanno mentito per tutta una vita…» esclamò Luca «Ci sono un sacco di cose che non abbiamo ancora visto di questo mondo, e ci stanno tutte aspettando!»
«Per esempio?» gli chiese Davide.
Non si aspettava una vera risposta, ma parte di lui sperava che stesse per arrivare.
«Per esempio…» rispose Luca guardandosi attorno rapidamente in cerca di qualcosa che attirasse la sua attenzione «…quello lì!»
Il ragazzo indicò quello che sembrava essere uno strano oggetto biancastro che spuntava da un arbusto in lontananza.
«Andiamo a dare un'occhiata!»
I quattro si incamminarono fino a raggiungere un'antica colonna in marmo, un tempo forse decorata ma ormai erosa dal passare dei secoli.
«To', un pilastrone di marmo, bello no?» disse Nicola sarcasticamente.
«O forse qualcosa di più?» si chiese Andrea, che aveva notato qualcosa di luccicante sul polveroso pavimento.
Il ragazzo si sfilò la giacca, poi la sbatté con forza sul pavimento alzando tutta la polvere: i suoi amici iniziarono a tossire e imprecare contro Andrea, ma si zittirono quando la polvere si posò.
Sotto di loro, un grosso mosaico raffigurava un corvo nero che li guardava negli occhi.
Sulla punta del becco, un bronzeo luccicante cerchio metallico sembrava incastrato tra due delle tessere d'oro che componevano quell'immagine. Troppo stretto per essere un bracciale, troppo largo per essere un anello: presentava tanti piccoli segni su tutta la sua circonferenza, dei simboli cuneiformi che i ragazzi non avevano mai visto prima.
Era stato quell'oggetto ad attirare l'attenzione di Andrea, e tutti si chinarono per guardarlo più da vicino.
«Visto? C'è sempre qualcosa di interessante, basta saper guardare.» disse Luca allungando una mano per provare a tirarlo fuori da quella fessura. Dovette tirare con forza per liberare l'anello dalla presa delle due tessere, e quando finalmente ci riuscì il suo successo fu accompagnato da una breve serie di rumori meccanici.
Fu a quel punto che, davanti ai ragazzi, la parte più lontana del mosaico si separò in due ante che si spalancarono rivelando l'accesso a una scala buia.
Luca si infilò in tasca l'anello e tutti scesero titubanti ma curiosi per una scala che nessuno usava da decenni, o forse da secoli.
I grossi gradoni sembravano scivolare sotto i piedi dei quattro. Non mostravano alcun segno di usura, il nero marmo aveva ancora dei perfetti angoli retti.
La luce che filtrava dalla botola era rossastra e illuminava a malapena la grossa cripta, ricca di mosaici e bassorilievi.
Due imponenti statue di marmo bianco, alte due volte i ragazzi, troneggiavano in perfette condizioni agli angoli della stanza e ai lati di un altare di pietra rossastra.
A destra, un giovane uomo indossava un'armatura da cavaliere e portava una corona alata mentre puntava la sua spada verso il soffitto, come pronto a combattere ancora.
A sinistra, un uomo ben più anziano indossava una larga tunica e reggeva fieramente una pergamena, che indicava con la mano libera, su cui erano incisi altri simboli che i ragazzi non capirono.
La loro pelle era perfettamente liscia e gli abiti dettagliati: gli occhi vuoti fissavano l'altare, eppure i ragazzi si sentivano osservati anche dall'altro lato della stanza.
Tutto era enorme intorno a loro, i bassorilievi erano maestosi e mostravano antiche battaglie di inumana grandezza: erano in centinaia a battersi in quella guerra cristallizzata di cui rimanevano le gesta più eroiche e gli orrori più cruenti.
I ragazzi provarono a ripercorrerne la storia con lo sguardo, ma erano troppe le vite che si intrecciavano in quelle immagini: troppe vite, troppo diverse dalle loro.
Arrivati davanti all'altare, quella complessa emozione che era cresciuta in loro e che non avrebbero saputo descrivere in alcun modo si rivolse su sé stessa e prese il nome di disgusto: si trattava di un sarcofago aperto.
Guardarono per un attimo lo scheletro che era all'interno, ma si girarono immediatamente. Il tempo non era stato tanto gentile con i resti di quell'uomo quanto lo era stato con quella cripta.
Sentendo che l'aria si stava facendo stantia e vedendo che la poca luce diventava sempre più fioca, i ragazzi risalirono le scale in silenzio.
Tornarono alla fattoria e salutarono il contadino. Si chiusero nella loro capanna, mangiarono del pane e andarono a dormire dopo un torneo di sasso-carta-forbici che fu rapido e silenzioso.
Sarebbe stato impossibile descrivere ciò che avevano provato quella sera - così come sarebbe stato impossibile descrivere la pedalata nella steppa, la nuotata nel lago o il lavoro nei campi. I ragazzi si tennero quei pensieri in silenzio, ognuno per sé, con la consapevolezza di aver scoperto un'altra cosa che non avevano mai nemmeno immaginato potesse esistere.
